Imparare dalla Brexit7 min read

Giovedì 23 giugno il popolo britannico ha votato per uscire dall'Unione Europea. Abbiamo chiesto alla nostra coinquilina a Bruxelles di condividere con voi le sue riflessioni.

Dal referendum britannico alla Costituzione italiana: cosa si può imparare dalla Brexit

Sono di fretta: sono appena arrivata a lavoro e ho una riunione con la mia capa per finalizzare il comunicato stampa sull’esito del referendum nel Regno Unito. Nei giorni precedenti ne abbiamo preparati due, uno per ogni possibile scenario, e ora dobbiamo far uscire quello in cui ci diciamo dispiaciuti per il risultato e blablabla. Mi arriva un messaggio di Emi che mi chiede di scrivere un articolo sulla Brexit, perché “ci sei dentro”. Rispondo che ci penserò durante il fine settimana e che al momento non so cosa dire. Poi vado in riunione e quando esco torno alla mia scrivania, apro un documento Word e, di getto, scrivo:

joseph_mallord_william_turner_012Avete presente quando alle superiori si studia di momenti storici che hanno cambiato il mondo e hanno avuto conseguenze sconvolgenti per tutti?
Quei momenti storici che studiamo con un po’ di stupore e di compiacimento perché una parte di noi non può fare a meno di domandarsi “Com’è possibile che abbiano lasciato che questo accadesse? Non si rendevano conto di quello a cui andavano incontro?”
Quei momenti storici che studi nella loro interezza, come parte integrante di qualcosa di più grande, di un intero periodo che è rivisto e analizzato decenni, secoli dopo come un intervallo fallace in quella che è altrimenti presentata come una storia lineare e progressiva.
Quei momenti storici che sono facilmente etichettati come un periodo buio della storia umana, perché sono studiati con la freddezza di chi li vede dall’alto, attraverso la distanza degli anni trascorsi e la carta dei libri stampati, e non nella specificità del singolo momento di chi quell’evento l’ha vissuto, di chi l’ha visto di fronte a se, impalpabile e all’apparenza effimero.
Bene, adesso stiamo vivendo proprio quel momento storico, quello che un giorno sarà rivisto e analizzato come una parentesi cupa, come una botta d’arresto nella linearità progressiva della storia, come un momento che non deve essere ripetuto perché, ci si dice alle superiori, dalla storia bisogna imparare e gli errori non si devono ripetere.
Eppure questo periodo è anche la prova che dalla storia non impariamo proprio nulla e che gli errori si ripetono e spesso.

Mi fermo. No dai, non posso cadere in questi luoghi comuni. Decido di ridurre il documento Word a icona nella mia scrivania digitale e mi rimetto a lavorare. Durante tutta la giornata continuerò a tornare su quel documento per copiare e incollare link di articoli sulla Brexit che troverò interessanti, ma non andrò avanti con la scrittura. Leggo, rifletto e mi confronto con altre persone, sia qui a Bruxelles che in altri posti in Europa, principalmente in Italia e nel Regno Unito.

Sara dall’Italia mi dice che “nella sua ignoranza e ingenuità” non aveva preso in considerazione questa possibilità perché non credeva che il Regno Unito avrebbe mai votato per uscire. Eppure forse ignoranti e ingenui lo siamo stati anche noi “addetti ai lavori” che venerdì mattina ci siamo svegliati increduli e spaesati. Lo spettro della Brexit è con noi da mesi, silenzioso e fedele ci ha accompagnato nella nostra quotidianità, ma noi comunque non eravamo preparati.

Brexit, Casa Mazzolini, Modena, Referendum, Costituzione Era con noi a lavoro, quando si pianificavano le attività per il 2016 e qualcuno timidamente disse che bisognava essere flessibili con date e impegni perché l’eventuale uscita del Regno Unito avrebbe portato cambiamenti. Era con noi nel nostro tempo libero, quando il giovedì sera a Place du Luxembourg coetanei britannici scherzavano sul fatto che, per retaggio o acquisizione, avrebbero potuto ottenere il doppio passaporto. Ed era anche con noi in altre occasioni, come quando un tuo caro amico appena trasferitosi a Londra ti dice che terrà il curriculum aggiornato in caso di Brexit. Ma noi continuavamo imperterriti con la nostra vita, nonostante lo spauracchio Brexit, perché tanto non succede…ma se succede…ed è successo.

Gianluca Didino sembra aver letto la mia conversazione con Sara quando scrive:

Solo un’altra volta nella mia vita ricordo un coinvolgimento tanto intenso in un evento esterno alla cerchia dei miei amici e familiari: era l’11 settembre 2001, e quello che allora come adesso percepivo è il senso della Storia che ti accade intorno.

Considerando lo stupore e sgomento che ha pervaso tutti, da abitanti del suolo britannico a esperti eurocrati, passando anche per la testa di quelli che fino a pochi giorni prima collegavano il Regno Unito solo al tè delle cinque e a James Bond, sembra che le domande che ci ponevamo alle superiori tornino oggi incalzanti e puntuali:

“Com’è possibile che abbiano lasciato che questo accadesse? Non si rendevano conto di quello a cui andavano incontro?”

Solo che questa volta invece che usare la seconda persona plurale, bisognerebbe usare la prima:

“Com’è possibile che abbiamo lasciato che questo accadesse? Non ci rendevamo conto di quello a cui andavamo incontro?”

Sì perché siamo sicuri di non essere un po’ responsabili anche noi, esperti e non, britannici e non, della vittoria di un voto di pancia? Ammesso che la Costituzione italiana lo impedisce, siamo sicuri che se il referendum si fosse tenuto in Italia, le cose sarebbero andate diversamente? Lo spiega bene Sergio Benvenuto quando dice:

Il referendum britannico sulla Brexit ha messo in evidenza la forma che oggi assume, e non solo nel Regno Unito, la lotta di classe. Ma in piccolo è quel che hanno messo in evidenza anche le elezioni amministrative del giugno 2016 in Italia.

Il voto quindi come un’espressione di una lotta di classe in cui, Benvenuto continua:

Quando siamo in una posizione sociale debole, in tutti i sensi, ciò che ci circonda ha molta più importanza rispetto a chi è in una posizione sociale forte: quel che accade nel quartiere o tra i colleghi con cui si lavora a gomito assume per noi un valore ben più forte rispetto a chi vive in una dimensione internazionale. […] l’Europa appare un orizzonte troppo vasto e lontano, quindi estraneo se non inquietante.

Bruegel, Voto di Pancia, Brexit, Casa Mazzolini, ModenaEccolo qua, quindi, il voto di pancia. Quel voto incoerente e cieco che prima ti porta ad indignarti per attentati terroristici poi però non ti fa capire che l’odio che li alimenta è lo stesso che ti spinge a tuonare per politiche migratorie ferree e la chiusura delle frontiere. È anche un voto masochista e illusorio, che prima ti sussurra all’orecchio che l’Unione Europea è malvagia e avida, ma poi non ti dice che è quest’ultima a stanziare i Fondi Strutturali per lo sviluppo regionale e sociale. È inoltre un voto anacronistico perché non ti fa capire che le comodità della globalizzazione significano anche che un popolo non può pensare che l’isolamento dal resto del mondo sia benefico.

Aggiungerei anche che la responsabilità del voto di pancia non è solo di chi lo compie, ma anche di quelli che votano di testa, quelli che spesso sono identificati con la classe dirigente, il ceto medio-alto che è in una posizione sociale forte. Votare è sicuramente un diritto e un dovere di ogni individuo, ma è anche un atto collettivo che si compie come popolo possedente e appartenente a una res publica. E quindi perché non approcciarsi al voto proprio in questo modo: come membro di una comunità aperto a confronti e riflessioni con altri membri della stessa comunità, sia essa locale, nazionale, europea o globale? Se visto in questo modo, il voto smette di essere l’espressione di una lotta di classe e diventa riflessione di una collettività pensante.
Brexit, Casa Mazzolini, Modena, Referendum, Referendum Costituzionale, Italia, VotareTra qualche mese il popolo italiano verrà chiamato alle urne per il referendum costituzionale. Indubbiamente gli esiti di questo voto non avranno ripercussioni vaste come quelle della Brexit, ma non per questo credo che possano essere considerati meno importanti. La Costituzione, e non solo quella italiana, costituisce le fondamenta e il cuore pulsante di ogni Stato, quest’ultimo inteso come quell’entità che detiene il potere sovrano su un determinato territorio e gli individui che vi appartengono. È dunque necessario che questi individui comprendano pienamente l’importanza e i contenuti della loro Costituzione, ma anche che votino per cambiarla non in maniera umorale, ma in maniera informata e consapevole. A proposito, Jürgen Habermas ha scritto:

La legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriva da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Questa ‘forma ragionevole’ non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma deve caratterizzarsi come un ‘processo di argomentazione sensibile alla verità’.

Appoggiandomi a queste parole, vorrei quindi concludere questo mio sproloquio con un invito. Un invito ad essere curiosi e propositivi. Un invito a non farsi ingannare dall’impeto dell’umore, ma a informarsi e riflettere. Un invito al confronto costruttivo con il prossimo, che non deve per forza trasformarsi in conflitto, ma può essere fonte di crescita. Un invito alla comunicazione, alla condivisione, alla collettività. Un invito a tornare alla base del nostro essere animali sociali e della nostra res publica, e da lì costruire. Un invito a tornare alle origini, ad esempio partendo da qua.

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