#IdM si interroga sul Successo5 min read

Apriamo la rubrica "Impiegato del Mese" (IdM) con un articolo che si interroga sulla ricerca e il significato di 'successo'. Da un amico emiliano che ora abita a Londra, e che ringraziamo per aver condiviso la sua storia con noi.

Fuga in solitaria: la ricerca del successo?

Quando una persona che stimo mi ha invitato a scrivere a questa rubrica, ammetto di aver dovuto riflettere se davvero fosse il caso.

Casa Mazzolini, Impiegato del Mese, Successo, Modena, LondraIo, privilegiato a cui la famiglia ha pagato gli studi. Io, che sono riuscito a sfilarmi per tempo dalla catena di montaggio degli stage non retribuiti e infine anche da quella degli stage retribuiti. Io, che ho firmato da pochi mesi un contratto a tempo indeterminato e che considero il mio attuale lavoro l’equivalente della rockstar, per una persona con i miei titoli e i miei interessi.

Poi però ho pensato che anche una storia di successo può essere didattica per i lettori di Casa Mazzolini. Vedere cosa ci si lascia alle spalle (spoiler alert: tutto) può far capire di cosa parliamo quando parliamo di successo, e magari riflettere se è davvero quello che cerchiamo nella vita.

Questa storia, come tante su queste pagine, parte dalla provincia emiliana, terra da cui tanti di noi non vedono l’ora di fuggire, per poi anelarne le calde serate estive, le tavolate abbondanti e l’inconfondibile parlata.
Parte da una famiglia senza passaporto, senza grilli per la testa e con delle priorità ben chiare. Priorità, ahimé, incentrate principalmente sul cattolicesimo praticante, sul mantenimento delle tradizioni e sulla ricerca dell’autarchia alimentare.

Inizia con un titolo di studio cercato e voluto lontano da casa, perché la partenza sembrava l’unica soluzione. Con uno spostamento controcorrente, verso sud, verso una piccola città universitaria che mi ha donato ricordi indelebili, ma che ha anche inevitabilmente ritardato il mio vero confronto col mondo.

Di quegli anni ricordiamo i primi segni di cuore eccessivamente tenero, quando una promessa fatta a una studentessa Erasmus comporta la prima, grande sbandata. Ricordiamo anche l’estate in fabbrica nel distretto del pomodoro per pagarsi qualche volo verso una terra lontana, i primi stage non retribuiti, tra la via Emilia e il West (quello vero, sul lago Ontario).
Ma soprattutto ricordiamo come un professore, a volte, possa diventare più di un semplice insegnante, lasciarci molto più di una manciata di CFU e una firma sul libretto. Poche esperienze possono segnare così profondamente la nostra formazione come incontrare un mentore: farsi contagiare da una persona innamorata del proprio lavoro è una fortuna ben più grande di qualunque borsa di studio, contratto o concorso si possa vincere.

Rallentiamo un attimo: non vorrei che il ritmo serrato facesse suonare questo racconto come una marcia trionfale. Non la è mai stata, non la sarà mai. La fine dell’università si avvicina, coi suoi mille interrogativi e la sua terrorizzante libertà, un’altra donna se ne va troppo presto, la luce si spegne all’improvviso. La realtà bussa alla porta, si ritorna a casa con la coda tra le gambe.

Si continua a sognare in grande, ma le idee sono sempre confuse. L’esaltazione delle prime candidature lascia il posto all’apatia, poi alla disperazione. Si finisce ad accettare un lavoro di provincia: 500 sporchi euro al mese per uno stage sotto padrone, nella famosa PMI italiana a conduzione familiare, in cui ambizione e merito sono concetti familiari quanto la fisica quantistica lo è tra i frequentatori della bocciofila del paese. Si timbra il cartellino e si muore dentro giorno dopo giorno, mentre i sogni universitari appaiono sempre più come una parentesi lontana.

Casa Mazzolini, Impiegato del Mese, Successo, Modena, LondraFacciamo un passo indietro. Malgrado il terremoto del maggio 2012 dalle mie parti si sia sentito appena, oltre alle faglie del modenese esso finisce per movimentare, qualche anno dopo, anche la mia vita. I fondi allocati da Bruxelles per l’emergenza, sapientemente messi a frutto, lanciano tanti giovani emiliani in giro per l’Europa, e io mi reco direttamente alla fonte.
Ma lo sciame sismico-lavorativo non si arresta: poche ore dopo la firma del primo contratto, una signorina dal nome balcanico mi annuncia che l’UE ha trovato meritevoli i miei sforzi nella torre d’avorio e mi vuole in una delle sue agenzie. Mi aggiro per i corridoi con la faccia incredula di Fabio Grosso: è doppietta, si riparte.

Sull’anno e mezzo che segue sarò breve: fu uno dei periodi più felici di sempre, e col senno di poi non vedo come sarebbe potuto essere altrimenti. Un’esperienza professionale finalmente formativa e retribuita, dopo tante frustrazioni o pacche sulle spalle elargite a profusione per sopperire all’assenza di stipendio, una relazione sentimentale finalmente all’altezza delle mie aspettative altissime, un largo e variegato gruppo di frequentazioni a cui mi univa un vissuto e un sentire comune, ma da cui al tempo stesso avevo tanto da imparare. In poche parole, la sensazione di diventare grandi e indipendenti giorno dopo giorno, in un ambiente non più arido di stimoli.

Ma proprio quando le cose sembrano mettersi in discesa – quando cioè la mia crescita personale e professionale mi permette di balzare dallo stagismo eterno ad un lavoro, e non uno qualunque – la luce si spegne di nuovo: la mia lei decide che tutto sommato la nostra relazione non vale le 2 ore di treno che ancora ci separano, la mia padrona di casa decide da un giorno all’altro che tutto sommato una villetta a schiera può fruttare di più mettendola sul mercato, i miei nuovi concittadini decidono che tutto sommato per loro l’Europa ‘non è che un’espressione geografica’ (cit.). Una combo che stenderebbe un elefante, figuriamoci me.

Casa Mazzolini, Impiegato del Mese, Successo, Modena, LondraMentre scrivo queste righe non so ancora che ne sarà del mio posto di lavoro di qui a qualche anno, quando la Brexit sarà un fatto compiuto. So però che quando il mio aereo atterrerà e rientrerò nel mio appartamento condiviso lo troverò come sempre, sottosopra e popolato di facce che conosco poco e con cui condivido meno. So che dovrò assistere da lontano alla decadenza intellettuale e morale di chi mi ha messo al mondo, senza poter far nulla per comunicare loro la bellezza delle terre e delle persone. E infine, parafrasando una canzone scritta da un altro esule emiliano poco lontano da ciò che da un po’ chiamo casa, so che l’oceano mi separa da coloro che sogno di avere al mio fianco.

Questo è quanto, cari lettori. Ma ricordate che poteva sempre andarmi peggio: questa è la storia dell’1 che ce l’ha fatta, non degli altri 113 che sono finiti nel cestino.


Hai voluto la chitarra?
Adesso non ti resta che suonarla, pivello.
E sarà meglio che gli assoli ti escano belli puliti…

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